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Perché la metafora televisiva nella nuova campagna istituzionale di GUISO 1965

Perché sin dagli anni'50, in quella Grande Storia che è la storia della nostra vita, dalla magic box televisiva abbiamo avuto ogni giorno la conferma che cercavamo: quella di stare al mondo e di poterlo fare da protagonisti.

 E infatti c'eravamo, e grazie alla tv ci siamo stati di nuovo e ancora ci siamo.

Avevamo sognato di fare il primo passo sulla luna? L'impronta delle nostre scarpe è lì a testimoniarlo! Avevamo sperato di abbattere il muro di Berlino? Ci siamo ritrovati con il piccone in mano nei pressi di Checkpoint Charlie! Avevamo immaginato di fermare la colonna dei carri armati sulla piazza Tien an Men? Con due finte di corpo siamo riusciti a bloccare l'avanzata di quella lugubre ferraglia semovente!

In più, abbiamo deciso quale prossimità concedere alle emozioni e quale tasto premere sul telecomando dei ricordi fino a confondere nell'impasto della memoria il coinvolgimento mediatico con quello sensibile. Comunque tutto rigorosamente vero, col bello della diretta e il bellissimo del blob personale...

Ma non è questa la vera forza della televisione!

La vera forza della televisione risiede nella duplice facoltà di cambiarci e di lasciarsi a sua volta cambiare da noi. Il concetto può apparire strambo, certo, eppure l’accordo si trova con facilità se immaginiamo che tutto diventi reale solo quando lo vogliamo davvero. Ecco, allora, che la televisione ci permette di sospendere la realtà al giudizio della nostra visione regalandoci, per autoinduzione, il massimo del sensoriale...

Se ci pensiamo, accadeva lo stesso quando il racconto della nostra vita era affidato ad epistole, brevi o lunghe, comunque chiare nella loro natura drammaturgica. Così, chi scriveva tesseva una trama con piglio attoriale e chi leggeva diventava, da subito, compartecipe di un film intimista con una semplice lettera di risposta che però, a tutti gli effetti, arricchiva un copione dove essenziale non era tanto la storia ma la sua narrazione.

Oggi, allo stesso modo, se faccio pubblicità consapevole scrivo a mano una lettera che invita alla risposta chi rimanga convinto del mio stare sul palco (vado in onda), della mia recitazione (trasmetto), della mia credibilità (il bello della diretta). Se accetto la pubblicità consapevole devo anch’io stare sul palco (ho uno spazio scenico), recitare la mia parte (ho qualcuno che mi ascolta), essere credibile (la mia storia interessa). Se faccio pubblicità consapevole, infine, attivo un circuito comunicativo capace di raccontare la storia di ognuno perché ognuno è il target del mio messaggio e da ognuno arriva la riga che completa un copione irripetibile.

Ebbene, l'utilizzo della metafora televisiva nella campagna istituzionale di GUISO 1965, cioè il rimandare ad uno strumento dal quale, nel tempo, scaturiscono e si raffinano funzioni tipiche del linguaggio: emotive, fàtiche, conative, poetiche, metalinguistiche e referenziali; l'utilizzo di tale metafora, dicevamo, porta dritti alla connettività come valore comunicativo prima ancora che come strumento tecnologico. E connettività, ovvero partecipazione, congiunzione, protezione, scambio di informazioni per fini reciprocamente utili (se il bisogno è reale e la soluzione è quella giusta) coincide, da 49 anni, con enunciazione e scopo di chi, GUISO 1965, è parte integrante della comunità in cui nasce, cresce e col pacato accumularsi ed evolversi dell'esperienza si afferma. Parte piccola, ci mancherebbe, eppure sincrona, fondamentale, importante. Che ancora oggi vive e si manifesta senza mai deludere, con passione ed equilibrio, con responsabilità e coerenza, facendo in diretta ciò che ama...